Oramai, quando di tanto in tanto si torna a parlare di qualunquismo, sono in pochi a ricordare il movimento politico da cui deriva un aggettivo, per l'appunto qualunquista, che dai più è utilizzato in un'accezione fortemente dispregiativa, ad indicare quelle persone che poco si interessano agli affari della politica, perché sfiduciati dalle istituzioni o semplicemente perché, in maniera egoistica, sono attenti solo al proprio orticello, oppure ancora perché confusi e disorientati da un dibattito politico che sfugge alle loro possibilità di comprensione. Una cittadinanza stanca, disillusa, che spesso e volentieri fa di tutte le erbe un fascio, sostenendo che in fondo "i politici sono tutti della stessa pasta". Naturalmente, il semplicismo di affermazioni del genere è duramente stigmatizzato dalla gente che, invece, partecipa attivamente alla politica, che vede in questa sfiducia generalizzata un pericolosissimo vulnus per la vita democratica.
A ogni modo, il movimento dell'Uomo Qualunque nacque come risposta ad un malessere diffuso. All'indomani della seconda guerra mondiale, l'uomo della strada non aveva voce in capitolo: vent'anni di dittatura e cinque di guerra l'avevano distrutto, moralmente e materialmente, ma la nuova classe dirigente, che in quei frangenti così delicati non aveva - non poteva ancora avere - una legittimazione democratica che non fosse quella dei Comitati di Liberazione Nazionale e della Resistenza (le prime votazioni della nuova Italia sarebbero state, il 2 giugno del 1946, le elezioni per l'Assemblea Costituente e il referendum costituzionale col quale gli italiani, e per la prima volta anche le italiane, furono chiamati a scegliere tra la monarchia e la repubblica); la nuova classe dirigente, dicevo, pareva distante anni luce dalle esigenze concrete dell'Uomo Qualunque cui decise di dare voce, attraverso un settimanale che in poco tempo raggiunse le 800.000 copie (cifra per allora esorbitante) il commediografo napoletano Guglielmo Giannini, nato a Pozzuoli il 1891 da una famiglia della media borghesia, ex direttore de l'Avanti (l'antico quotidiano socialista), veterano della guerra in Libia e della prima guerra mondiale.
Giannini aveva un figlio, Mario: "una meravigliosa creatura d'amore... che cessò di vivere all'età di ventuno anni, undici mesi, ventisette giorni, nel pieno della salute e della bellezza, il 24 aprile 1942. Una versione ufficiale dice che egli cadde nell'adempimento del proprio dovere verso la patria, ma in realtà fu assassinato insieme a milioni di altri innocenti esseri umani da alcuni pazzi criminali che scatenarono la guerra". Fu questo immenso dolore ad infondere in lui la grinta e la determinazione che lo spinsero a fondare un nuovo giornale, di critica spietata all'intera classe dirigente, e ad affrontare i numerosi avversari che in poche settimane si era creato: "doveva esserci qualcosa nella mia espressione - ebbe a dire dopo un'aggressione - che faceva capire che ero così disperato da non aver paura di nulla".
Il pensiero politico di Giannini, nonostante la marcata impronta demagogica, era molto meno banale di quanto si pensi e, soprattutto, si rivelò aperto a un dialogo concreto e privo di pregiudizi ideologici. Non a caso, quando il suo giornale non era ancora diventato movimento, Giannini bussò alla porta di tutte le principali forze politiche, senza però essere ascoltato. Di qui la decisione di scendere direttamente in campo, con una forza politica priva di una struttura centralizzata, come quella dei partiti "normali", ma che si
sarebbe avvalsa di una rete composta da centinaia di sedi sparse per la penisola, espressione di una voglia di partecipare che fa a pugni col luogo comune del qualunquismo egoista, indifferente e disinteressato ai problemi della società.
Tutt'altro: queste sedi locali (i nuclei del Fronte dell'UQ) nacquero e si organizzarono spontaneamente, in grande autonomia: una cosa impensabile per i partiti dell'epoca, rigidamente gerarchizzati, nei quali l'individuo non poteva intraprendere iniziative a titolo personale ma doveva seguire la ferrea disciplina dettata dall'alto. Le conseguenze di questa ampia autonomia sono intuibili: un'incredibile confusione, frutto di quel rispetto della libertà individuale che per Giannini doveva essere il pilastro di una società autenticamente democratica; una società in cui la persona doveva perseguire liberamente, nel rispetto delle norme e dei valori che la comunità si è data, la realizzazione del proprio progetto di vita.
Anche per questo Giannini vedeva con ostilità l'intervento massiccio dello Stato nelle attività economiche, culturali e sociali dei privati; il commediografo napoletano, di orientamento liberista, propendeva per uno stato minimo, ridotto all'osso, e se la prendeva con quei 10.000 u.p.p. ("uomini politici professionali") dei quali proprio non riusciva a fidarsi: "...da quasi mezzo secolo si vive nel nostro Paese una vita d'inferno a causa della gelosia di mestiere tra i politici di professione. Rivolte, attentati, scioperi, agitazioni, inflazione industriale, caro-vita, interventismo, crisi del dopoguerra, speculazione sulla crisi, fascismo, aventinismo, fuoruscitismo, dittatura, guerre per consolidare la dittatura, catastrofe per liberarcene, sono, per tutti gli italiani, conseguenze del rabbioso litigio fra i 10.000 pettegoli. Siamo finalmente rovinati: cos'altro vogliono da noi gli autori di tutti i nostri mali? Che sopportiamo altri esperimenti, che altri pazzi provino sulle nostre carni le loro teorie?". (continua)
Pubblicato sul Quotidiano di Caserta del 29 dicembre 2006 a cura di Antonio Cilardo
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