William Bernbach e la rivoluzione creativa della pubblicitĂ  (1)
pubblicato da andonio83 @ 11:01 - giovedì, 15 febbraio 2007
Il nome di William Bernbach, per gli amici Bill, dice molto poco ai giovani di oggi, e forse neanche a quelli di ieri: eppure, negli anni '50, questo brillante newyorkese di origine ebraica, nato nel lontano 1911, seppe rivoluzionare gli stili comunicativi della pubblicità americana, e conseguentemente di quella europea e mondiale, divenendo protagonista di quella che è ricordata come la Rivoluzione creativa della pubblicità.

Bernbach era convinto che pretendere di impostare la pubblicità in maniera "scientifica" è un controsenso: perché la pubblicità deve innovare, sorprendere e non può farlo se si basa su schemi e regole rigide e prevedibili, ammesso e non concesso che queste regole possano essere effettivamente formulate nel campo della comunicazione, ben diverso da quello delle scienze naturali. All'epoca di Bernbach, invece, molti ci credevano e i pubblicitari più in voga del tempo, come i loro predecessori, si erano dati un gran daffare per tracciare un elenco di consigli e raccomandazioni capaci di determinare il successo di una campagna pubblicitaria. Non che le regole e gli insegnamenti dell'esperienza non servano, anzi; ma forse c'è bisogno di qualcosa in più. Di valorizzare quelle doti non logiche spesso sottovalutate dalla tradizione occidentale: l'intuito, la creatività, il saper fare, in parole povere la conoscenza pratica e implicita (distinta dalla conoscenza esplicita, razionale, facilmente comunicabile perché esprimibile attraverso il linguaggio).

Bernbach seppe farlo inanellando una campagna di successo dietro l'altra: la più celebre di tutte, durata vent'anni (cosa inusuale in una società di massa che divora tutto a una velocità sconsiderata) e ritenuta da più parti la trovata pubblicitaria del secolo, ha portato al successo anche in America la celebre casa automobilistica tedesca Volkswagen. Impresa straordinaria: si trattava di vendere al pubblico statunitense - che nell'automobile potente e di grandi dimensioni vedeva uno dei più ambiti simboli di prestigio e ricchezza - umili vetture importate dall'Europa che apparivano invece piccole, economiche e tutt'altro che appariscenti. Bernbach capì allora quanto fosse inutile nascondere un difetto, per di più così evidente; cercò allora di valorizzarlo, facendo capire alla gente quanto nei difetti ci possa essere di positivo e stimolante.

Nel caso della Volkswagen, così, Bernbach realizzò, sulla scia dello slogan "Think small", una serie di messaggi pubblicitari volti a far capire agli americani che, dopo tutto, avere una macchina costosa e inutilmente grande non era poi molto intelligente. Li stuzzicò rovesciando la loro prospettiva e tramutando in pregi i difetti di un'automobile modesta ma economica, funzionale - insomma, per gente pragmatica che nella vita ci sa fare. E così vediamo uno spot televisivo nel quale, a un funerale, la piccola Volkswagen arriva ultima, dietro un corteo di automobili lussuose e scintillanti; ma sarà il giovane alla guida della vettura tedesca a ridersela di gusto, alla fine, perché l'anziana milionaria scomparsa ha deciso di destinare proprio a lui la ricca eredità - lui che i soldi ha dimostrato di saperli spendere in maniera saggia, oculata.

Altro caso interessante, il messaggio dedicato ai magazzini Ohrbach's, uno dei primi e più affezionati clienti dell'agenzia di Bernbach. "Siamo spiacenti di informarti che la tua roba per la scuola è pronta da Ohrbach's", recita il manifesto sopra il volto imbronciato di un bambino (tra le altre cose, Bernbach fu il primo a non separare nettamente testo e immagini, fondendole in un tutt'uno). Bill sapeva quanto, per i ragazzini, la scuola fosse una rottura di palle ed era consapevole che, oramai, non aveva senso continuare a prenderci per i fondelli con immagini celestiali di bimbi felici che corrono in aula, davanti agli sguardi innamorati di mamme e maestre che sembrano fotomodelle. La comunicazione pubblicitaria doveva essere realistica e credibile, dotata di tocco soffice e ironia lieve; interrompeva il normale flusso dei media e, per farsi "perdonare" di quest'intrusione, doveva divertire e intrigare con garbo e discrezione. E soprattutto doveva essere onesta. (continua)

Pubblicato sul Quotidiano di Caserta del 13 febbraio 2007 a cura di Antonio Cilardo

in: mass media, pubblicitĂ , rivoluzione creativa, pubblicitĂ  scientifica
commenti (17)[popup] || commenti (17)
Commenti
#1    15 Febbraio 2007 - 12:25
 
Molto interessante... riguardo a quest'ultimo punto ho come l'impressione che si sia un po' persa questa onestĂ /ricerca del realismo e che le mamme fotomodelle (o quasi) prevalgano, o sbaglio? :D
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente ABS

#2    15 Febbraio 2007 - 17:56
 
caro ABS, non ho evidenze statistiche che possano confermare o meno il tuo punto di vista. può darsi però che tu abbia ragione, visto e considerato che la comunicazione pubblicitaria, come qualsiasi altro comparto delle comunicazioni di massa, soffre spesso di una banalità fisiologica, legata al fatto che bisogna produrre tanto e continuamente (e non si può inventare sempre qualcosa di nuovo e innovativo).

ciao!
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente andonio83

#3    16 Febbraio 2007 - 15:26
 
Articolo davvero interessante. Davvero non avevo mai sentito nominare William Bernbach.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente mugnolo

#4    16 Febbraio 2007 - 18:41
 
grazie, mugnolo ;-) purtroppo molti talenti della pubblicitĂ  rimangono nella penombra, mentre le loro creazioni fanno il giro del mondo.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente andonio83

#5    16 Febbraio 2007 - 20:08
 
interessante: mi ha fatto venire in mente le regole che insegnano a scuola su come scrivere un bel componimento.
poi ti metti a leggere e scopri che i capolavori sono quelli che le regole le hanno sovvertite.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente giotea

#6    17 Febbraio 2007 - 08:49
 
grazie anche a te, caro. secondo me bernanch una sua razionalità ce l'aveva (eccome!), ma capì che le scienze umane (pubblicità compresa) non possono basarsi su regole astratte e universali, ma devono di volta in volta partire dal contesto, dal caso particolare.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente andonio83

#7    17 Febbraio 2007 - 12:13
 
credo anch'io che chi sovverta faccia questo perchè parta dal contesto. a volte guardare in facci la concretezza delle cose è un gran atto di coraggio. e forse, in quei contesti, il più difficile.

un abbraccio*
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente anygel

#8    17 Febbraio 2007 - 16:44
 
chiara, grazie della riflessione ;) a volte è difficile isolare un elemento o un fatto dalla realtà e trattarlo cercando di non farsi condizionare dai propri pregiudizi (che forse dovrei chiamare, gadamerianamente, precomprensioni).

un abbraccio anche da parte mia.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente andonio83

#9    18 Febbraio 2007 - 00:03
 
quante cose ancora non conosco!
aspetto la seconda parte
;)

P.S. No, le pile non me le mangio. Mi sono indigeste.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Redcarpet

#10    18 Febbraio 2007 - 13:16
 
sapessi quante non ne conosco io ;)

p.s.: la seconda parte è già pronta nel cassetto!
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente andonio83

#11    18 Febbraio 2007 - 16:02
 
interessante, sai? bel post grazie stef
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente stefanomassa

#12    18 Febbraio 2007 - 16:17
 
grazie a te, caro! sappi che ti seguo sempre, anche se commento poco ;)
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente andonio83

#13    19 Febbraio 2007 - 19:25
 
Cazzeggiando su Internet, alla ricerca di lumi sul grande Bernbach, vengo a scoprire il tuo articolo (e il tuo blog). Bello veramente. Complimenti.
Antonio Lieto.

P.S. Spero che nella seconda parte (che a questo punto non mi perderò per niente al mondo) citerai anche la grande pubblicità dell' Avis. Un saluto.
utente anonimo

#14    20 Febbraio 2007 - 09:31
 
certo che il web è piccolo ;) grazie di cuore.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente andonio83

#15    20 Febbraio 2007 - 11:04
 
grazie del commento sul bolg, avremo bisogno di questo bernbach per avere piĂą visibilitĂ ! ciao!!
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente bafs

#16    20 Febbraio 2007 - 15:44
 
eufemistico il termine precomprensioni. giĂ  penso alla molteplicitĂ  di usi che se ne potrebbero fare, e a come spero che pochi personaggi massamediatici o politici lo conoscano...ti immagini il casino;)?

un abbraccio*

anygel
utente anonimo

#17    20 Febbraio 2007 - 20:51
 
@ chiarina: beh, il termine precomprensioni lo utilizzava Gagamer per indicare come, per avvicinarsi a qualsiasi cosa, dobbiamo possedere un bagaglio di partenza, delle conoscenze di base che inevitabilmente ci condizionano e rendono personale e parziale il nostro punto di vista. e poi, come esseri umani, siamo sempre inclusi in un orizzonte culturale e sociale finito... non siamo mai "oggettivi".

@ abs: il caro bill non sbaglia mai. peccato sia morto nel 1981.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente andonio83

Commenti
|| Permalink