I rappresentanti del Male. Pasolini e la "rivoluzione antropologica" degli italiani (1)
pubblicato da andonio83 @ 20:21 - giovedì, 08 marzo 2007
Oramai è passato qualche mese da quando, su queste stesse colonne, rivisitai un articolo di Pier Paolo Pasolini incentrato su una famosa campagna pubblicitaria dell'epoca, quella dei jeans Jesus; un pezzo molto significativo e utile per intuire come poteva essere interpretato, all'epoca, un fatto che oggi passerebbe inosservato, quale uno spot dall'impostazione e dal linguaggio diretti e provocatori: ne abbiamo visti così tanti, ormai... Adesso torniamo agli Scritti corsari di Pasolini per occuparci, questa volta, di un articolo pubblicato il 10 giugno 1974, sempre sul Corriere della Sera, col titolo "Gli italiani non sono più quelli", poi diventato "Studio sulla rivoluzione antropologica in Italia" nella versione uscita in libreria.

Non era passato neanche un mese dallo storico referendum sull'abrogazione del divorzio; abrogazione voluta soltanto dal 41% degli elettori a fronte di un 59% che, invece, scelse di votare No e di mantenere in vigore la legge che, da una manciata di anni, permetteva di sciogliere il vincolo del matrimonio. Naturalmente Pasolini, energico sostenitore di quel Partito Comunista da cui era stato espulso perché omosessuale, definisce "felice" quel giorno, ma non condivide il trionfalismo di chi, come l'Unità, titolava in prima pagina "Viva la Repubblica antifascista". L'Italia stava cambiando, certo, ma non nella direzione pensata dai più, avvertiva Pasolini; il referendum si era rivelato una sconfitta catastrofica per la Democrazia Cristiana di Fanfani e per la Chiesa cattolica, senz'altro, ma non era stato che una vittoria solo apparente per il Partito Comunista di Berlinguer, che pare temesse addirittura la sconfitta, e soprattutto per le ragioni e i valori del laicismo e del progressismo, che pure sembrava avessero trionfato in maniera incontestabile.

In realtà, secondo l'eclettico artista di origini friulane, a determinare l'affermazione del No non fu il diffondersi, nella società italiana di allora, di una nuova mentalità laica, moderna e progressista, ma di un'etica dei consumi subdola e spietata, perché dietro una falsa tolleranza nascondeva una feroce volontà di omologazione. In questo e altri articoli di quel periodo Pasolini parlava con insistenza di un nuovo Potere, oppressivo quanto e anzi più di quel potere tradizionale, di matrice clericale, fascista e poi democristiana, con cui in un primo momento si era alleato per affermarsi, e del quale adesso poteva sbarazzarsene, giacché era diventato d'impaccio.

Chi incarnava, allora, questo nuovo Potere? Pasolini ammetteva di non saperlo, anche se in altri passi sembra identificarlo in una non meglio precisata borghesia capitalistica e produttiva; una Borghesia che, per espandersi e rafforzarsi, doveva produrre e poi vendere ciò che produceva. E come avrebbe fatto a vendere, se la gente fosse rimasta legata alla vecchia morale cattolica e alle sue modeste abitudini? E la stessa cosa valeva per chi aveva abbracciato altre ideologie, come quella di ispirazione marxista, lontane dai valori cattolici ma dal carattere ugualmente anticapitalista e di conseguenza anticonsumista.

Il nuovo Potere della nuova Borghesia capitalistica e produttiva, dunque, si vide costretto a fare piazza pulita di tali sistemi di valori avversi al capitalismo, e rimpiazzarli con una nuova etica votata all'edonismo e al consumismo; cosa che stava facendo non in maniera violenta, diretta, esplicita, come i totalitarismi di una volta, ma in maniera subdola, indiretta, sottile, attraverso gli allettanti modelli culturali e gli invidiabili stili di vita proposti (o imposti?) dalla televisione, dalla pubblicità, dalla moda, dalle diverse espressioni della civiltà dei consumi. Che Pasolini definisce, esagerando questa volta in modo davvero plateale, il peggiore totalitarismo della storia, il primo capace di distruggere le culture locali e particolari (contadine, rurali, sottoproletarie...) che avevano resistito, nel nostro paese, ai progetti nazionalisti e alla volontà di uniformazione del fascismo (verso il quale, a detta di Pasolini, vi era stata da parte del popolo un'adesione unicamente di comodo e formale); culture dalla storia millenaria che sono state travolte, nel giro di pochissimi anni, dall'avvento della nuova cultura di massa, "totalizzante e totale", che da poco aveva preso a portare, nelle case di un'intera nazione (se non di nazioni diverse, perché il fenomeno varcava ogni frontiera dell'Occidente capitalistico), gli stessi prodotti, gli stessi programmi, le stesse abitudini, al fondo gli stessi modelli di comportamento espressione di una sola mentalità, quella forgiata dai media.

E' soltanto in questo quadro che il divorzio poté essere accettato: non una conquista del progressismo, del laicismo, della democrazia, ma l'effetto collaterale dell'affermazione di una civiltà dei consumi che suggeriva, anzi pretendeva, una vita libera, comoda. Deresponsabilizzata. In un'ottica nella quale non aveva più senso considerare il matrimonio un vincolo indissolubile (continua)

Pubblicato sul Quotidiano di Caserta del 29 agosto 2006 a cura di Antonio Cilardo

in: mass media, laicitĂ , culture locali, societĂ  dei consumi, societĂ  di massa, cultura di massa
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Commenti
#1    09 Marzo 2007 - 03:45
 
pasolini non poteva che venir eliminato...proprio da quei tignosi ai quali stava togliendo la coppola...
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#2    09 Marzo 2007 - 15:26
 
parole forti :)
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#3    10 Marzo 2007 - 08:11
 
diciamo che fu una vittoria...punto? ;)
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#4    10 Marzo 2007 - 08:39
 
fulvia, io manco c'ero all'epoca. però pasolini secondo me qualche ragione ce l'aveva, ecco.
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#5    14 Marzo 2007 - 14:56
 
Per favore mi manderesti via email una tua immagine o iconcina? La metterò nella pagina dei links ai blog che leggo.

Ciao, Paolo
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#6    14 Marzo 2007 - 18:28
 
Queste foto mi ricordano un lavoro di ricerca che feci su di lui per una galleria d'arte... grande uomo pasolini!

sly
utente anonimo

#7    15 Marzo 2007 - 15:14
 
@ paolo: grazie, provvedo subito ;-)

@ sly: concordo.
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#8    15 Marzo 2007 - 23:19
 
l'importante è che fu una vittoria! :D
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#9    31 Marzo 2007 - 11:14
 
Potevamo nascere anche noi in quegli anni sotto la "Prima" Repubblica? In questa seconda c'è una decadenza intellettuale fortissima... e solo chi si rimette a guardare il passato riesce a capirlo, chissà se riusciremo, forti della storia, a crearne una "Terza" ancor migliore della prima, o quanto meno che ci faccia uscire dalla seconda.

Antonio metto il tuo blog in un elenco di link consigliati sul mio se non ti spiace

Fabio
utente anonimo

#10    31 Marzo 2007 - 18:04
 
alla fine la nostra epoca è questa. ci tocca viverla per quello che è, sebbene talvolta la nostalgia sia forte.

grazie fabio... gentilissimo come sempre.
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