NON PENSARE ALL’ELEFANTE! CONSIGLI ALLA SINISTRA PER BATTERE LA DESTRA (E VICEVERSA) (1)
pubblicato da andonio83 @ 16:30 - lunedì, 31 marzo 2008
La mesta parabola del secondo governo Prodi ha riacceso l’antico dibattito sulle difficoltà del centrosinistra a comunicare identità, valori, mission, ma anche progetti e risultati concreti. Gli opinionisti vicini al Partito Democratico (come Ezio Mauro, Eugenio Scalfari, Ilvo Diamanti su Repubblica, oppure Edmondo Berselli su l’Espresso) hanno rilevato come, a fronti di risultati a loro dire positivi, sia cresciuto il malcontento nei confronti dell’esecutivo dell’ex democristiano, talvolta sfociato in manifestazioni di dissenso feroci; per non parlare dei sondaggi che hanno rilevato un drastico calo di consensi per Prodi, il suo governo e i numerosi partiti della coalizione. Adesso la palla è passata a Walter Veltroni e al neonato Pd. Cosa dovrà fare l’ex sindaco di Roma per evitare il disastro comunicativo e politico della maggioranza uscente?

La risposta è tutt’altro che scontata. Veltroni sembra essere partito col piede giusto: rivendicando l’autonomia del Pd ha rimarcato come in politica sia prioritario preservare la propria identità piuttosto che aggregare coalizioni eterogenee, con dentro tutto e il contrario di tutto pur di racimolare una manciata di voti in più. In questo modo ha rovesciato addosso al centrodestra l’accusa, in passato rivolta al centrosinistra, di costituire un caravanserraglio privo di una reale identità politica, costruito per vincere le elezioni ma condannato all’ingovernabilità. La strategia della vocazione maggioritaria ha prodotto, come primo risultato, una drastica semplificazione del quadro politico, con la prevedibile scomparsa dei cespugli che hanno reso la vita difficile all’Unione; e alle elezioni potrebbe spingere molti a seguire la logica del voto utile concentrando consensi sul Pd.

Chi a sinistra si interessa di comunicazione, comunque, dovrebbe dare un’occhiata a Non pensare all’elefante!, pubblicato dal linguista George Lakoff all’indomani delle elezioni presidenziali del 2004 (arrivato in Italia nel 2006, alla vigilia delle elezioni politiche, presso la collana Fusi orari de l’Internazionale). Nel 2004 vinse a sorpresa il presidente in carica George W. Bush: gli analisti erano rimasti spiazzati da sondaggi ed exit poll, che preludevano a una chiara affermazione del democratico John F. Kerry.

Col senno di poi la disfatta del Partito Democratico americano risulta più comprensibile di quanto non apparisse all’epoca. Anche perché è solo l’ultima di una lunga serie di sconfitte democratiche: sono repubblicani sette degli ultimi dieci presidenti. Le uniche vittorie democratiche nel 1976, nel 1992 e nel 1996: ma nel primo caso i repubblicani furono travolti più dallo scandalo Watergate che dal democratico Jimmy Carter, mentre nel ’92 fu decisivo il successo del magnate texano Ross Perot, che col suo Reform Party agevolò la vittoria di Bill Clinton sottrendo voti ai repubblicani più che ai democratici.

Questo ciclo di vittorie era cominciato con la sonante sconfitta dell’ultralibertario Barry Goldwater che nel 1964, a due anni dall’omicidio di J. F. Kennedy, rimediò 23 punti di distacco dal presidente in carica Lindon Johnson. Tuttavia fu in quel periodo che i dirigenti repubblicani posero le basi per i successi futuri, adottando una strategia di lungo periodo che consisteva nell’investire copiosamente in riviste, studi, pubblicazioni e nel finanziare istituti di ricerca e fondazioni di orientamento repubblicano. L’obiettivo era formare una nuova classe dirigente e una cultura condivisa in cui le varie anime del Partito Repubblicano trovassero una sintesi; cosa non avvenuta nel Partito Democratico, tuttora dilaniato da profonde divisioni.

La cultura repubblicana avrebbe poi colonizzato il senso comune degli americani. Come se la mentalità corrente coincidesse con quella repubblicana e i valori repubblicani fossero quelli naturali, tipici, scontati del popolo americano, laddove i valori democratici sembrano elitari ed estranei all’America profonda che ha consacrato Bush. Sui grandi temi del dibattito pubblico – tasse, sanità, istruzione, previdenza, religione, guerra, politica estera – sembrano prevalere quasi sempre, di default, gli ideali repubblicani; d’altro canto i democratici risultano troppo “timidi” nell’affermare le proprie convinzioni.

Da dove deriva il predominio culturale della destra americana? Per il linguista Lakoff presidiare i media di massa non basta. I repubblicani si sono mossi pure in questo settore, controllando svariati organi di informazione, orchestrando efficaci campagne di comunicazione, inviando alle testate giornalistiche e televisive comunicati scritti o audiovisivi già confezionati, in modo da fornire un aiuto interessato alle redazioni perennemente a corto di materiale e personale. Poi c’è l’attività dei centri studi e degli istituti di ricerca. Ma dopo tutto anche i democratici dispongono di organi di informazione vicini alle loro posizioni, così come non mancano intellettuali, studiosi, fondazioni ed enti di ricerca che abbiano sposato la loro causa.

A fare la differenza è soprattutto il linguaggio. Lakoff parte dal presupposto che nella nostra mente le conoscenze non sono disposte in modo disordinato o casuale, ma strutturate secondo precisi criteri e connesse le une alle altre. Così, quando recepiamo un fatto, non lo trattiamo come se fosse isolato e avesse significato in sé, ma lo inquadriamo negli schemi mentali che già possediamo. Lakoff indica col termine frame queste strutture concettuali che costruiamo con l’esperienza e senza le quali qualsiasi accadimento risulterebbe incomprensibile. I frame battono i fatti: una notizia viene evitata quando non compatibile con gli schemi mentali e le convinzioni profonde del destinatario.

Perciò cercare di convincere gli elettori soltanto sulla base di elementi fattuali (come i dati sulla finanza pubblica o sulla criminalità) non basta; occorre scoprire il loro linguaggio e il loro mondo della vita quotidiana, coinvolgerli sul piano dei valori, acquisire un’identità inequivocabile, chiara, immediatamente riconoscibile. E comunicare una missione, un’idea di società, nuovi quadri concettuali entro cui le stesse notizie, lungi dall’avere un’unica interpretazione oggettiva, troveranno diverse chiavi di lettura. (continua)