I recenti e inaspettati exploit di Beppe Grillo hanno fatto tornare di moda termini come “qualunquismo” o “populismo”; per non parlare di “antipolitica”, parola che ha invaso giornali e telegiornali. A Grillo forse andrà riconosciuto il merito di avere dato voce a un malcontento diffuso, un risentimento latente che la società covava da anni nei confronti della casta senza che si fosse mai manifestato in maniera così plateale, tale da condizionare per settimane l’agenda dei media all’indomani del celebre V-day dell’8 settembre 2007. Un risentimento che risulta evidente anche nei blog e nei forum, da alcuni anni strumento indispensabile per sondare l’opinione pubblica o per lo meno la parte di essa più giovane, tecnologizzata e interessata alla politica.
Oggetto delle invettive di Grillo non soltanto i partiti e la classe dirigente ma anche i mezzi di comunicazione tradizionali, accusati di avere snaturato la propria missione, che non è solo di intrattenere ma anche di istruire e informare, secondo lo schema delle tre I coniato da John Reith, storico fondatore negli anni ’20 della Bbc (il servizio pubblico inglese, modello per gli addetti ai lavori di tutta l’Europa continentale). Grillo, in particolare, accusa i media mainstream di servire i poteri politici ed economici e di trascurare questioni cruciali per il nostro futuro: per esempio le fonti di energia alternative, l’inquinamento, la corruzione nella pubblica amministrazione, la tutela dei piccoli risparmiatori e così via. Il cicaleccio dei media troppo spesso scade nel gossip e tocca solo di rado tematiche scomode. Questo vale in particolare per la televisione, medium che più degli altri sembra destinato all’intrattenimento.
Il rapporto tra politica e televisione e tra politica e media è sempre stato controverso. In Italia la situazione è resa particolarmente delicata da una serie di questioni irrisolte: le ingerenze dei partiti, l’incrollabile duopolio del sistema televisivo, la debolezza della carta stampata, il proliferare di una stampa di partito abbondantemente finanziata dallo stato, i ritardi e le mancanze nella diffusione delle nuove tecnologie. Potremmo parlare fino a notte fonda, per esempio, di come la raccolta pubblicitaria sia egemonizzata dalla televisione e, dunque, dalle concessionarie dei due grossi poli televisivi (Sipra per la Rai e Publitalia per Mediaset); o delle statistiche che relegano il nostro paese agli ultimi posti in Europa sia per quanto riguarda la lettura dei quotidiani che l’accesso a internet: le ricerche condotte dall’istituto Censis, tra le altre, confermano che la dieta mediale di molti italiani è costituita dalla sola televisione o, al massimo, dall’integrazione di radio, rotocalchi e tv.
E’ scontato, così, che la televisione rimanga determinante per comunicare la politica. Tuttavia, cercare di quantificarne il peso e descriverne l’impatto rimane un azzardo: le ricerche e i sondaggi d’opinione, ritenuti sempre più importanti, hanno dei limiti. Supponiamo di selezionare un campione “rappresentativo” della popolazione italiana (ammesso e non concesso che il concetto di rappresentatività possa essere accettato pacificamente) composto da un tot di elettori: cosa dovremmo chiedere, se in campagna elettorale sono stati condizionati dalla televisione? Quanti di loro sarebbero disposti ad ammetterlo? Quand’anche fossero sinceri, i nostri intervistati sarebbero pienamente consapevoli dei fattori che li hanno influenzati?
E’ più difficile di quanto si pensi studiare le motivazioni delle persone. E’ una materia nebulosa, in parte insondabile, per la quale non disponiamo di unità di misura replicabili e condivisibili come quelle adoperate nelle scienze fisiche. Talvolta sono utilizzate, in maniera acritica, scale di valutazione che quantificano proprietà psichiche come convinzioni, atteggiamenti, valori: per esempio, quando viene chiesto a un cittadino di esprimere il proprio gradimento sul governo assegnando un voto da 1 a 10. Sono strumenti utili ma spesso non sufficienti per capire in profondità le motivazioni delle persone; impresa che richiede tatto, sensibilità, oltre che massicce dosi di esperienza e intuito.
Perciò non andrebbe sottovalutato l’abuso che viene fatto dei sondaggi: presentati come rilevazioni oggettive, specchio fedele delle esigenze e delle aspirazioni di tutti gli italiani malgrado coinvolgano, nella migliore delle ipotesi, qualche migliaio di intervistati, talvolta selezionati con criteri opinabili. Di frequente i sondaggi sono adoperati per valutare l’operato del governo: ma ragionando in questo modo sarebbe impossibile, per la classe dirigente, assumere decisioni scomode ma lungimiranti, difficili da giustificare nell’immediato ma necessarie nel lungo periodo.
Una politica ostaggio dei sondaggi diventa la caricatura di una democrazia diretta, dove ogni decisione risente degli umori altalenanti di un’opinione pubblica spesso disinformata e superficiale; umori rilevati, tra l’altro, con strumenti imperfetti. In una democrazia rappresentativa la coalizione al governo dovrebbe sottoporsi al vaglio degli elettori dopo quattro o cinque anni di lavoro: il tempo necessario per avviare progetti di medio o lungo periodo.
I sondaggi sono adoperati non soltanto per rilevare le esigenze e le convinzioni dell’opinione pubblica, ma anche per orientarla e condizionarla, approfittando del fatto che molte persone sembrano avere paura di rimanere isolate e desiderino uniformarsi alla media. Eppure i sondaggi politici che danno vincente in modo schiacciante una coalizione possono sortire due effetti contradditori: un effetto band wagon, che spinge le persone a salire sul carro del vincitore; e un effetto underdog, che invece contribuisce a ricompattare l’elettorato dello schieramento in difficoltà.
Le previsioni delle elezioni 2001 e 2006 registravano in entrambi i casi un netto vantaggio della coalizione allora all’opposizione (la Casa delle Libertà nel 2001; l’Unione nel 2006). I risultati elettorali confermarono questo vantaggio, ma ridimensionandolo nettamente: molti elettori della coalizione data in svantaggio, rimasti delusi dall’esperienza di governo, avevano dichiarato di non volersi recare alle urne; tuttavia, negli ultimi giorni, cambiarono idea e decisero di andare comunque a votare, preoccupati della vittoria dell’opposizione. I sondaggi catastrofici riuscirono a motivare elettori che altrimenti non si sarebbero recati a votare. (continua)
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