Va ricordato come, negli anni ’40, l’analfabetismo fosse un fenomeno ancora diffuso nella nostra società e che, dopo oltre vent’anni di dittatura e guerra, l’opinione pubblica (non solo femminile) si era ritrovata t
otalmente disabituata ai principi, alle regole e alle procedure della democrazia, tra cui quella di elezioni libere e pluripartitiche. La televisione era ancora di là da venire, al cinema proiettavano unicamente raffazzonati cinegiornali privi di commento politico e i quotidiani, oggi come allora, erano letti da segmenti minoritari ed elitari della società.
Normale che in un contesto del genere acquisissero importanza i manifesti affissi nelle strade e nelle piazze. Strumenti semplici, essenziali, capaci di rivolgersi all’intero elettorato tramite il linguaggio immediato e universale delle immagini, indispensabile per coinvolgere un pubblico non abituato a leggere. Ovviamente le immagini dovevano essere accompagnate da messaggi verbali altrettanto sintetici ed efficaci, che strizzassero l’occhio non tanto all’universo delle ideologie quanto a quello della vita quotidiana.
A distanza di circa sessant’anni è utile osservare in che modo, all’alba della Repubblica, i principali partiti politici adoperarono cartelloni e manifesti per rivolgersi direttamente ai ceti più umili e, in maniera particolare, alle donne che per la prima volta esercitavano il diritto di voto (anche se, presumibilmente, sulla loro scelta influiva l’indicazione paternalista o tassativa della famiglia piuttosto che i messaggi veicolati dai mass media).
Ed è proprio l'inedito diritto al voto delle donne ad ispirare il manifesto a sinistra, che sceglie come destinatario privilegiato le madri che avevano vissuto il dramma della guerra e, spesso, il lutto di non vedere il proprio figlio tornare dal fronte. In primo piano troviamo una donna anziana, vestita di nero, dai capelli bianchi e l’espressione affranta. Un’angoscia che non necessita di spiegazioni: sullo sfo
ndo l’immagine priva di colori, sfumata e indefinita (quasi come fosse un ricordo, oppure un incubo) di un uomo colpito a morte sul campo di battaglia. Anche la frase che accompagna le immagini non ha bisogno di spiegazioni: Non avremmo avuto la guerra / se tu madre avessi potuto votare, dove la seconda parte della frase, rivolta direttamente alle madri (anzi, alla madre, cui il manifesto dà confidenzialmente del tu), non è scritta più in stampatello ma in corsivo, come si usa nella pratica quotidiana.
Seguendo la logica del manifesto la causa della catastrofe non sarebbe stata tanto la mancanza della Democrazia Cristiana, quando il fatto che le donne, anzi le madri, non abbiano potuto scegliere. Se le madri avessero potuto scegliere, l’avrebbero fatto saggiamente e non avrebbero permesso che salisse al potere chi vuole la guerra. Avrebbero scelto sicuramente forze di pace come quelle di ispirazione cattolica: tutto questo condensato in due immagini e poche parole. Una trovata per blandire l’elettorato femminile? Può darsi. Il messaggio del manifesto comunque sembra drammaticamente coinvolgente, giacché tocca senza mezzi termini (strumentalizza?) il dramma personale di milioni di persone allo scopo di presentare la Democrazia Cristiana come il partito della pace.
E’ ancora la Dc, sempre attiva sul fronte della comunicazione, a commissionare il manifesto che vedete a destra. Se nel messaggio precedente la destinataria era la madre adesso lo è la donna. La donna lavoratrice, per la precisione, coi bigodini tra i capelli (o qualcosa del genere) ma vestita come un uomo. Nel primo manifesto la rappresentazione della donna sembra seguire il più tradizionale degli stereotipi, che vuole la donna angelo del focolare domestico; in questo manifesto, invece, la donna, la ragazza, viene rappresentata in modo un po’ più innovativo, tenendo conto dei tempi che corrono: adesso una ragazza può lavorare in fabbrica accanto agli uomini.
Niente di particolarmente rivoluzionario, comunque: l’headline (vale a dire la componente verbale più breve e più grande dell’annuncio pubblicitario, pensata per catturare l’attenzione dei passanti) si rivolge imperativamente alla donna/lavoratrice ricordandole che deve votare perché in giuoco c’è l’avvenire suo e della sua famiglia. Anche la donna/lavoratrice, quindi, continua a essere concepita pur sempre come madre di famiglia. Dietro tale invito imperativo a votare compaiono due dadi, ma dopo tutto la loro presenza stona un po’: l’avvenire delle donne e delle loro famiglie dipende dal caso (simbolizzato dai due dadi) o dalla scelta consapevole (della Democrazia Cristiana, ovviamente)?
Pure il Partito Socialista, all’epoca strenuo avversario dei democristiani, decide di rivolgersi alle lavoratrici (cosa abbastanza scontata, considerata la matrice ideologica del movimento). Lo fa con la fotografia di una donna di sicuro non avvenente né vestita in modo elegante. In questi, come in altri manifesti politici dell’epoca, la donna è rappresentata in una maniera che dista anni luce da quanto avviene da sempre nel mondo della pubblicità commerciale: qui non contano la bellezza o l’avvenenza perché l’obiettivo è rappresentare le persone comuni, anche se umili e non più giovani, in modo da coinvolgerle nel profondo e stimolare processi di partecipazione e identificazione. (continua)
commenti [popup] || commenti
