Pensare democratico
pubblicato da andonio83 @ 11:00 - mercoledì, 24 dicembre 2008
Quando mosse i primi passi, nella primavera del 2007, suscitò grandi entusiasmi e speranze e godeva di un certo rispetto anche da parte dello schieramento avversario. Non sono passati neanche due anni e il Partito Democratico è già in coma, dilaniato com'è dalle lotte intestine tra le correnti e ridicolizzato sia dal fuoco amico di Antonio di Pietro che dall'arrembante stile comunicativo del governo del Popolo delle Libertà, tutto improntato su valori quali l'efficienza e il decisionismo.

Una situazione imbarazzante tenuto conto che, per ovvie ragioni, di norma è il partito al governo che perde consensi mentre quello all'opposizione, forte di una posizione indubbiamente più comoda, inizia a giovarsi del malcontento, più o meno diffuso, cui va incontro inevitabilmente ogni azione di governo. In Italia sta accadendo il contrario: stando ai sondaggi (IPR marketing e Ipsos rispettivamente per Repubblica e Ballarò) il Popolo delle Libertà e la Lega sembrano rimanere stabili, o addirittura crescere, mentre la piccola Italia dei Valori dell'ex pubblico ministero Di Pietro spicca il volo, più che raddoppiando i consensi.

Il Partito Democratico crolla e capirne le ragioni è fin troppo semplice: guida politica percepita come troppo morbida o incerta; scarso radicamento nel territorio; lotte intestine; fallimento del governo ombra; scarsa presenza sui media (il conflitto di interessi pesa ancora, stando ai dati pubblicati dall'Osservatorio di Pavia sul minutaggio televisivo nettamente sbilanciato, come da anni, a favore del centrodestra).

Il fatto che Di Pietro stia ottenendo un seguito così consistente (alle regionali abruzzesi l'IdV ha moltiplicato i voti fino a raggiungere il 15%), invece, suggerisce forse che l'antiberlusconismo, considerato talvolta una delle cause storiche delle difficoltà del centrosinistra, si rivela in realtà un'ottima arma comunicativa, capace di drenare consensi ed appassionare milioni di elettori, desiderosi di un'alternativa secca e credibile alla concezione morale e politica incarnata da Silvio Berlusconi.

Del resto, in tutte le democrazie del mondo, i leader delle principali forze politiche puntano su uno stile diretto e aggressivo: per comunicare valori e proposte, certo, ma anche per mettere alla berlina gli avversari e rimarcare la propria originalità. Democrazia significa anche e soprattutto scegliere tra diversi progetti politici ed è scontato che le varie proposte, le varie identità debbano differenziarsi. Fare del dialogo col Caimano un cavallo di battaglia, probabilmente, non è stata un'ottima mossa per Walter Veltroni: la lealtà e il senso delle istituzioni sono una cosa, l'annacquamento della propria identità un'altra.

lI problema principale del Pd, forse, è proprio questo: la mancanza di un'identità, di una cultura politica condivisa dalla classe dirigente e da quella porzione di elettorato che si riconosce nell'area del centrosinistra. Problema immensamente più grave della collocazione europea del Pd - questione abbastanza superflua persino per gli addetti ai lavori - o delle odiose lotte interne tra leader che sono gli stessi da vent'anni.

Il Partito Democratico dovrebbe ripartire da questi obiettivi: esplicitare i propri valori, i propri ideali; far discendere da questi proposte politiche concrete; radicarsi nel territorio, essere presente, fondare circoli e sezioni che siano sedi di confronto e di partecipazione autenticamente democratiche; ri-motivare gli elettori, specie quelli più giovani, anche attraverso l'interattività garantita dalle nuove tecnologie e valorizzando in modo deciso primarie che siano davvero competitive; investire in ricerche, studi, pubblicazioni, libri, audiovisivi, convegni, incontri, manifestazioni, scuole di formazione, think tanks - tutte attività attraverso le quali rivitalizzare la partecipazione dei simpatizzanti, ricominciare a fare politica nel territorio, invitare milioni di persone a pensare democratico.

Se i cittadini non partecipano in prima persona, se la riflessione sulla politica non trova spazio nelle abitudini e nella vita quotidiana della gente comune, la politica continuerà ad essere uno spettacolo televisivo dei più squallidi: banale, semplicistico, disimpegnato. Con molte, troppe immagini e pochi concetti. Finalizzato più alla spettacolarizzazione (e alla personalizzazione della politica) che alla spiegazione e alla comprensione.

In un contesto così ferocemente mediatizzato, è difficile che una sinistra riformista possa far valere davvero le proprie ragioni. Rischia, anzi, di perderle nel tentativo di adeguarsi alle logiche, brutali e ultrasemplicistiche, della televisione e dei media di massa. Campo nel quale gli avversari sono maestri se non, talvolta, i padroni di casa.

Investire in cultura richiede uno sforzo immane, risorse ingenti, una certa continuità. E, soprattutto, tempi piuttosto lunghi. Anche nell'ordine di anni. Ma forse è l'unica via per far capire alle persone che la politica non può essere soltanto il voto di scambio o l'apparizione a Porta a porta, il pastone del telegiornale delle 20 o il comunicato del notabile locale, ma anche cultura, partecipazione, riflessione sul bene comune.

Pubblicato su TuttiInPiazza.it il 20 dicembre 2008