La situazione italiana è simile a quella statunitense, nonostante la distanza geografica e culturale che ci separa. Fino a che punto i consigli di Lakoff possono essere esportati in Italia? Esaminiamoli uno alla volta.
Quando state discutendo con gli avversari non usate mai il loro linguaggio: in America, come in Italia, gli stereotipi prevalenti sono di destra. Anche perché spesso la sinistra gioca di rimessa controbattendo punto su punto le argomentazioni degli avversari. In questo modo finisce per muoversi nell’orizzonte dei loro frame, i quadri mentali evocati dal loro linguaggio.
La verità da sola non basta a rendervi liberi: in America, come in Italia, tanti progressisti ritengono che la gente voti a destra semplicemente perché disinformata. Partendo dal presupposto che, informandole, le persone si sposterebbero a sinistra, giacché non sarebbero più disposte a votare irrazionalmente e contro i propri interessi. Ma la gente vota non solo per soddisfare interessi materiali, ma anche per affermare un’identità, un sistema di idee e valori in cui si identifica e che dà senso alla vita. Per questo molti disoccupati o non abbienti votano i repubblicani nonostante la loro politica elitista a favore delle imprese e dei più ricchi; una politica che, col linguaggio giusto, viene spacciata per populista laddove quella dei democratici, probabilmente più vicina alle esigenze delle persone comuni, viene ritenuta elitaria, anche grazie all’atteggiamento arrogante e saccente di certi intellettuali liberal.
Al riguardo è illuminante un esperimento citato da Lakoff: nel 2003 gli elettori della California parteciparono a forum di discussione in cui, per ogni tema, erano indicate le posizioni del democratico Gray Davis, governatore in carica, e del candidato repubblicano Arnold Schwarzenegger, ex attore ed emblema dei valori repubblicani. La maggior parte delle persone, sulle singole questioni, risultava d’accordo con le posizioni di Davis, che però fu destituito dall’incarico. Evidentemente parecchie persone, al momento del voto, non ponderano pregi e difetti dei programmi elettorali (specie quando sono lunghi 283 pagine). Preferiscono votare un’immagine o un’identità, che non è un semplice elenco di temi (“come se si trattasse di una lista della lavanderia”, dice Lakoff) ma qualcosa di più profondo in cui si intrecciano valori, messaggi e proposte concrete.
Lo sa bene Berlusconi, che da sempre associa battute ad effetto, mosse spettacolari e programmi cui va riconosciuto il pregio della sintesi e della chiarezza. Non è un caso che il famigerato “Contratto con gli italiani” del maggio 2001 sia la riproposizione del “Contratto con gli americani” stipulato dai repubblicani nel 1994, anno in cui riacquistarono la maggioranza al Congresso.
Lakoff osserva che i democratici, per vincere, debbano cercare di spostarsi al centro; mentre i repubblicani, senza smorzare le loro posizioni, vincono comunque. Forse perché mantengono salda e coesa la loro identità? O perché mentre i democratici rincorrono i sondaggi i repubblicani fanno l’opposto, tentando di plasmare l’opinione pubblica a propria immagine e somiglianza?
Riconoscere che i conservatori sono stati bravi e che i progressisti hanno perso il treno. Certa sinistra dovrebbe smetterla con la demonizzazione dell’avversario. Bisogna rispettarlo e riconoscere che la sua visione del mondo è legittima e razionale. Anche quando sembra inaccettabile.
Non pensare all’elefante. Lakoff invita i suoi interlocutori a non pensare all’elefante, col risultato che a tutti vengono in mente, automaticamente, l’elefante e il suo ambiente. Allo stesso modo, riproducendo il linguaggio degli avversari, viene evocato il loro patrimonio di idee e valori.
Parlare sempre dalla propria prospettiva morale e chiarire i propri valori rinunciando ai bizantinismi del politichese.
Conoscere l’avversario e non sottovalutarlo, come la sinistra italiana ha fatto più volte con Berlusconi.
Ragionare in modo trasversale sui problemi e in termini di grandi direttive morali; individuare una mission, uno scopo, uno slogan accattivante e immediato che lo identifichi.
Ricordare che gli elettori, spesso, votano per ribadire la propria identità e i propri valori, e non unicamente per soddisfare interessi materiali.
Unirsi, collaborare, consolidare una cultura condivisa anche a prezzo di compromessi ragionevoli.
Giocare d’attacco e non di rimessa; agire con continuità attivando quella che Heston Blumenthal, collaboratore di Bill Clinton, definì “campagna elettorale permanente”; proporre propri frame su ogni tema rilevante e rafforzarli nel lungo periodo senza arrendersi alle idee e al linguaggio degli avversari.
E’ stata una buona strategia d’attacco quella con cui Veltroni ha avviato la campagna elettorale 2008. Decidendo di correre da solo malgrado un sistema che premia le aggregazioni più ampie, il Partito Democratico ha sancito il principio per cui la coerenza di programmi, valori e idee viene prima dei calcoli elettoralistici. Dopo di che Veltroni ha rispedito al centrodestra l’accusa, tipicamente rivolta al centrosinistra, di costituire una coalizione eterogenea, rissosa, composta da 18 sigle pur di racimolare qualche voto in più.
La mossa temeraria di Veltroni ha smosso l’intero quadro politico: la sinistra radicale ha dovuto federarsi, mentre i partiti bonsai sono destinati a scomparire o a confluire nelle forze maggiori; Berlusconi ha colto la palla al balzo per coronare il sogno di un unico, grande fronte dei moderati inglobando Alleanza Nazionale e gli alleati minori. Contrariamente a quanto si pensava mesi fa, il quadro politico è stato semplificato senza riformare la legge elettorale, ma sull’onda della sfida del Pd a vocazione maggioritaria. Forse è la prima volta, dopo anni, che l’agenda del dibattito politico è dettata dal centrosinistra, con gli avversari costretti a inseguire.
Infine bisogna fare attenzione non soltanto alle parole da pronunciare, ma anche a quelle da non pronunciare. Quando, all’indomani dello scandalo Watergate, Nixon si presentò alle telecamere per affermare “non sono un imbroglione”, gli americani pensarono subito che qualcosa non quadrava: altrimenti perché quelle parole? Dai discorsi di Bush è stata cancellata l’espressione “matrimoni gay”: pronunciarla (anche se per negare il concetto) significherebbe ammettere che l’idea di matrimonio gay, per il fatto stesso di circolare nel dibattito pubblico, non è poi così inammissibile.
Nell’immagine l’elefante simbolo del Partito Repubblicano americano